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L'ACCESSO ALL'ACQUA CHE PREOCCUPA L'ONU

di Domenico Letizia


Lo scorso 26 ottobre, durante il meeting svoltosi tra le Nazioni Unite e numerose organizzazioni e associazioni della società civile si è affrontato il problema della scarsità d’acqua come potenziale generatore di conflitti e disagi internazionali. A livello globale, sono oltre 2 miliardi le persone che vivono in Paesi che soffrono di carenza idrica e la situazione potrebbe peggiorare a causa dei cambiamenti climatici che generano eventi come siccità e disastrose inondazioni. Inoltre, la mancanza d’acqua mette in pericolo la sicurezza alimentare, e pone le società in contrasto, favorendo conflitti e migrazioni. L’ultima pubblicazione del World Resources Institute riflette proprio tale aspetto tentando di porre l’attenzione su come la crisi idrica stia contribuendo a generare forti disagi socio-politici in tutto il mondo. Il problema è che, in tale scenario, a pagarne le conseguenze sono i Paesi più poveri, ossia anche quelli meno preparati ad affrontare le emergenze e a proporre politiche di sostegno alle popolazioni colpite dai disastri. Durante il meeting Onu sull’acqua e la sicurezza, si è cercato di affrontare i modi in cui il Consiglio di Sicurezza Onu può cercare di contenere i problemi internazionali e diplomatici provenienti dalla crisi idrica, identificando le modalità di coordinamento interno per agire tempestivamente, le possibilità di informare rapidamente il Consiglio stesso in modo da mettere in atto piani e strategie necessari e soprattutto la necessità di porre la questione idrica come elemento di fondamentale importanza quando si affrontano le cause più profonde di potenziali conflitti. Una risposta sembra provenire dalla Cina e dal lavoro dell’Unesco.

Dal 28 al 30 ottobre si è svolto, in Cina, il Forum “Great Rivers” (Grf) 2018, sostenuto dall’Unesco, con l’obiettivo di porre l’attenzione sul tema del rapporto fra l’uomo e l’acqua come risorsa. La Cina ha mostrato interesse ai lavori. Solcata da oltre 5000 corsi d’acqua, che hanno garantito per secoli i trasporti e le comunicazioni, ospita per lunghezza il terzo fiume più lungo al mondo dopo il Rio delle Amazzoni e il Nilo. Il fiume Azzurro è il più esteso dell’Asia. Primo fiume cinese, spina dorsale di un enorme sistema di canali di irrigazione e di navigazione, grande produttore di elettricità, il Fiume Azzurro è però anche pericoloso: le sue piene, prodotte dai monsoni, hanno fatto centinaia di migliaia di vittime e da secoli gli uomini tentano di controllare il territorio. Nasce dalle montagne tibetane e sfocia nel Mar Cinese nella gigantesca Shanghai. Questo vasto territorio ha subito un rapido processo di urbanizzazione ed uno sfruttamento costante da parte dell’uomo che sta mettendo a dura prova la salute di questo enorme bacino. Il continente asiatico deve affrontare con rapidità le problematiche legate al suo patrimonio liquido. Va ribadito che la situazione è problematica anche nel mondo occidentale.

L’Italia deve interrogarsi su come compiere passi in avanti per contrastare il fenomeno dello spreco di acqua e sensibilizzare ad una nuova cultura del patrimonio liquido. Quello che manca al nostro Paese è la sensibilità nei confronti del tema e di, conseguenza, gli investimenti. In Europa, infatti, è la nostra Penisola che vanta la maggiore ricchezza di acqua, ma al contempo deve fare i conti con un sistema di infrastrutture inefficiente e non tecnologico. Si calcola che della totalità dell’acqua immessa negli impianti di distribuzione circa la metà venga persa e sprecata, sia che si tratti dell’acqua distribuita nelle case, sia, sebbene con perdite percentuali decisamente inferiori, quella dedicata all’irrigazione.

La nostra incapacità di adeguamento alle più recenti normative in campo idrico ci ha reso bersaglio di sanzioni salatissime applicateci dalla Ue: basti pensare che nel 2015 sono stati contati 342 comuni privi di impianti di depurazione. A rendere ancora più triste questo scenario è il fatto che per il sud Italia siano stati stanziati 4 miliardi e 700 milioni di euro finalizzati al rinnovamento del servizio idrico, fondi che sono tuttora inutilizzati a causa dell’incapacità tecnica e della scarsa sensibilità nei confronti del tema da parte delle imprese. Quello che la classe politica nazionale e internazionale deve comprendere è che il fenomeno acqua e la tutela del patrimonio liquido sarà tematica e problematica che nel corso del prossimo futuro potrebbe generare visioni geopolitiche complicate, crescita di numerosi conflitti e sofferenza per intere comunità e popoli.

Vai all'articolo di Domenico Letizia pubblicato dal quotidiano L'Opinione delle Libertà

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